Dr Charles Tannock

Member of the European Parliament for London

E all'Aja i due schieramenti non si parlano nemmeno

Corriere della Sera - 25 February 2004

Di Elisabetta Rosaspina

DAL NOSTRO INVIATO L'AJA - Non c'è contraddittorio alla Corte internazionale di giustizia, che oggi ascolterà le ultime arringhe contro la legittimità del «muro» israeliano. E non c'è contraddittorio nel salone dell'ex municipio dell'Aja, dove gli israeliani organizzano il contro-processo, chiamando a testimoniare in favore della «barriera difensiva» alcuni feriti e familiari di vittime degli attentati più sanguinosi: dal Dolphinarium, discoteca di Tel Aviv (giugno 2001) al pub Mikès Place di Tel Aviv (aprile 2003). Mentre al Palazzo della pace, 15 giudici si preparano a consegnare il loro parere all'Assemblea generale dell'Onu, gli israeliani all'Aja contrattaccano, dando per scontato che la Corte internazionale non legittimerà la costruzione di oltre 600 chilometri di recinzione in Israele e in Cisgiordania.

Nell'aula ufficiale, i delegati dei Paesi che hanno deciso d'intervenire arrivano a comprendere «la necessità di Israele di difendersi dal terrorismo», ma non a giustificare la reclusione dei palestinesi dietro a un muro che solca i territori occupati. «E se Israele si ostina a sostenere che non sono occupati, ma contesi - dice il ministro degli Esteri malese, Datuk Seri Syed Hamid Albar - noi diremo che tutta la terra che rientrava sotto il Mandato britannico in Palestina è contesa». È vero che tra Malesia e Israele i rapporti sono pessimi, ma anche vicini relativamente cordiali, come i giordani, mostrano pollice verso: «Il muro ci porterà un'altra ondata di profughi palestinesi», si preoccupa il principe Zeid bin Raad. Nell'aula alternativa, i parlamentari europei Anne André-Leonard, belga, liberal-democratica, e l'inglese Charles Tannock, solidarizzano con le motivazioni israeliane, rafforzate dai racconti emozionati di chi «in questi tre anni ha perso un pezzo di se stesso o della sua famiglia», come li introduce Richard Heideman, presidente dell'insolita contro-giuria popolare. Non tutti i testimoni di difesa collegano la loro tragedia alla mancanza di un muro e nessuno chiede ritorsioni sui palestinese. Anzi: «Abbiamo acconsentito a donare gli organi di mio padre - racconta Nimrod Vider, che nell'attentato di Netanya ha perso anche la sorella e il cognato -, senza porre condizioni sui beneficiari. Una era una mamma palestinese». Anche la Corte, che si pronuncerà tra qualche settimana, ha i suoi tormenti interni: il giudice americano, Thomas Buergenthal, superstite di Auschwitz, ha espresso il suo dissenso per il no alla richiesta israeliana di escludere il giudice egiziano Nabil Elaraby, che in un'intervista, tre anni fa, sul conflitto israelo-palestinese, si era mostrato filo-arabo.